biografia Julian Demidowicz

Categoria: Notizie Pubblicato Giovedì, 23 Febbraio 2017

Julian DemidowiczDi seguito troverete una breve biografia di Julian Demidowicz, ex combattente del 2° Corpo Polacco. Il testo è del nipote Marco Rizzini, ns. associato. Naturalmente abbiamo partecipato al funerale di Julian portando la bandiera polacca, come abbiamo pensato fosse suo desiderio. Il testo di Marco è bellissimo e commovente. I nostri vecchi hanno saputo trasmettere tanto alle loro famiglie! Onore al nostro soldato Julian, non abbiamo perso un amico, abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo!

Maurizio Nowak

Julian Demidowicz era nato in Polonia, a Bereza Kartushka, nel 1921.

Una vita serena in un piccolo paesino vicino a Brest, nella Polonia orientale. Le gite al fiume, una vita in campagna. I primi amori, lo sport. La passione per la pallavolo, per lui, che fin da ragazzetto era alto già un metro e novanta.

Julian credeva nella Polonia e nella sua bandiera, amando la propria Patria come si usava fare una volta, prima che credere in qualcosa non fosse motivo di scherno.

Con l'invasione dei russi nel 1939, la sua terra natia si ritrova occupata dai russi. La sua casa ed il suo paesino da allora sono Unione Sovietica e per lui, come per tutti gli abitanti di etnia polacca di quelle zone, inizia un lungo calvario di esilio e di privazione, di sofferenze e di lutti.

Entra in una organizzazione di patrioti, facendo della propaganda contro l'invasore sovietico e spronando i polacchi a continuare la lotta.

Viene arrestato dopo la delazione di un ex compagno ad inizio degli anni 40 ed in carcere a Brest vedrà per l'ultima volta i suoi genitori, con i fratelli - allora bambini e che ritroverà solo alla caduta del Muro di Berlino - in lacrime.

Finirà nelle terribili prigioni della Lubianka a Mosca, dove verrà ferocemente torturato più e più volte.

Non parla e non fa nomi, Julian era di una tempra d'acciaio, un uomo di quelli che ormai non ne nascono più.

Dopo qualche periodo si stancano di lui e lo mandano in un gulag nella regione di Archangel, nel gelido Mar Bianco, nel nord della Russia europea. Riesce a sopravvivere anche al gelo e alle botte, agli stenti e ai carnefici della polizia politica.

Nel 1941 scoppia poi la guerra tra URSS e Terzo Reich: i gemelli diversi che si erano spartiti la Polonia solo qualche anno prima, adesso si accorgono di avere più di qualche divergenza esistenziale.

I polacchi prigionieri sono quasi un milione di persone, tutti giovani deportati in età da soldato. Stalin è alle corde, i tedeschi con una guerra lampo sono ormai a pochi chilometri dal Cremlino. Qualcuno ha l'illuminazione di chiedere a questi soldati di combattere con l'Armata Rossa contro il Nazismo.

Me li immagino i polacchi rispondere ridendo.

Occupate la nostra nazione e ci avete mandato a morire di fame qui al freddo e al gelo, e adesso, avete anche il coraggio di chiederci di morire per il vostro straccio rosso?

Ma i polacchi sanno che combattere contro la Svastica è l'unico modo per riprendersi la propria nazione e che la terra si guadagna solo con un tributo di sangue. Decidono di combattere i tedeschi sotto le insegne inglesi. Morire per la Patria, da eroi e in battaglia, sarà sempre meglio che morire da schiavi, in un campo di prigionia al freddo e al gelo.

Da quel momento inizia un esodo di dimensioni bibliche, in cui lunghi treni merci solcano l'intera Unione Sovietica per mesi e mesi, trasportando migliaia e migliaia di persone. Tantissimi moriranno lungo la traversata. Non c'era da mangiare per i russi, figurarsi per dei polacchi ex prigionieri.

Nel 1943 sono a Teheran, in Persia. Qui il caldo sole del Medio Oriente compie il miracolo, riuscendo a salvare uomini provati da tutti questi anni di prigionia.

Verranno sfamati e addestrati militarmente, indosseranno la divisa dell'Union Jack con le mostrine ed i gradi polacchi. Toglieranno i pidocchi e guariranno dai problemi relativi alla malnutrizione e al gelo provato. Finalmente.

Torneranno a vivere, benché soldati pronti alla guerra.

Combatteranno le battaglie dei Sette Fiumi del fronte Adriatico e diverranno gli eroi di Montecassino e della sua cruenta battaglia. Pagheranno un pesante tributo di sangue, distinguendosi fino all'ultimo uomo per eroismo e caparbietà. Sconfiggeranno quei formidabili soldati dei Diavoli Verdi, i paracadutisti tedeschi vanto della potenza militare del Reich.

Combattevano stoicamente per il proprio Paese, come poteva non essere così?

E pensare che poi, per non irritare Stalin, non vennero nemmeno invitati alla grande parata della vittoria di Londra, dove sfilarono contingenti di eserciti le cui nazioni avevano avuto un pugno di caduti ed una importanza di poco conto nello scacchiere militare.

Traditi dai vincitori, ancora una volta. Julian mi raccontava sempre come volessero risalire da Trieste e andare a combattere i russi per riprendersi le proprie case.

Non li hanno mandati, avevano paura di questo manipolo di polacchi anticomunisti, decisi a farsi valere e a morire in armi, piuttosto che chinar mai più la testa.

Dopo aver liberato Bologna, viene acquartierato in quel di Verona. Lì conoscerà la sua bella Aristea, che amerà alla follia, fin dal primo giorno, fin dal primo sguardo.

Viene rimandato a Londra, dove i polacchi esuli stavano ricreando una sorta di piccola Polonia.

Lui non ci sta, ama con tutto se stesso la sua bellissima ragazza italiana. Vuole stare con lei, vuole rifarsi una vita. Dopo tutto questo dolore, vuole amare ed essere felice.

Si sposano per corrispondenza e nel 1948, rifiutando una pensione di guerra polacca che voleva dire continuare a vivere nel Regno Unito come militare e venendo così bollato come "recalcitrante" a vita, si imbarcano per l'Argentina assieme ad altri commilitoni sposati con ragazze italiane.

La dura vita dell'emigrante, per quarant'anni. Julian e Aristea fanno entrambi gli operai, fino alla pensione. Ameranno e saranno felici, come da tanto tempo era destino.

Torneranno da Buenos Aires nel 1988.

Il primo ricordo che ho di Giuliano – noi lo chiamavamo italianizzando il suo nome - è di lui che tracannando una bottiglia di vodka gestisce da campione una parrillada de asado, nella taverna della casa dei miei genitori.

Diventerà presto il mio eroe.

Aveva visto il mondo, aveva avuto una storia incredibile. E non aveva mai smesso di amare e di sognare, di aver voglia di sapere e di guardare le partite in televisione. Non c'era europeo o mondiale in cui minimo almeno un match, si guardava nella sua piccola cucina delle case popolari, mangiando una pizza d'asporto e bevendo Coca Cola. Aveva visto giocare dal vivo Pelè e Maradona, raccontava di quando andava a vedere le partite del River Plate in orario serale. Spesso, ci metteva due ore di autobus a tornare a casa e andava in dritto senza dormire in fabbrica.

Era una rockstar, fino alla fine.

Avrei migliaia di aneddoti da raccontare, ma è tardi e poi mi commuovo facilmente.

Julian Demidowicz era un grande uomo, Julian Demidowicz era mio nonno.