PARLA UN EROE DI MONTECASSINO: «ITALIA, AMORE, LIBERTA’»

Categoria: Notizie Pubblicato Giovedì, 13 Giugno 2013

 

Il libro di Luciano Garibaldi «Gli eroi di Montecassino. Storia dei polacchi che liberarono l’Italia», pubblicato dalla Mondadori nella prestigiosa collana degli Oscar Storia, contiene una lunga intervista con l’ingegner Anton Mosiewicz, realizzata, appositamente per il libro di Garibaldi, dal giornalista Mirko Molteni. Mosiewicz, che ha da poco compiuto i 99 anni, è uno dei pochissimi superstiti della battaglia di Montecassino. Per gentile concessione dell’Autore, pubblichiamo la eccezionale testimonianza, che ha un grande valore storico ed umano.

 

- Signor Mosiewicz, iniziamo da quel tragico settembre 1939 in cui non fu soltanto la Germania di Hitler, ma anche l’Unione Sovietica di Stalin a dare inizio al catastrofico conflitto, invadendo la Polonia e dividendosela sulla base del patto Ribbentrop-Molotov. Come fu catturato dai Russi?

«Nel 1939 ero tenente dell’esercito polacco. Eravamo di stanza a Leopoli, quando avanzarono i Russi e ci disarmarono. Ci avevano inizialmente promesso che, deposte le armi, ci avrebbero fatti andare a casa e invece ci presero prigionieri. Ci lasciarono indosso le nostre uniformi, ma strapparono i gradi. Cominciò un calvario. Dapprima fummo stipati su treni che ci trasportarono fino alla frontiera sovietica. Poi proseguimmo a piedi con marce forzate fino al campo di concentramento. Si marciava lungo una strada fiancheggiata da immensi campi, e la nostra sorveglianza fu affidata dall’Armata Rossa a un contingente di cosacchi a cavallo. Purtroppo uccidevano chiunque cadesse a terra talmente vinto dalla fatica da non potersi più rialzare. Perciò, io e un mio amico portammo per due giorni a braccia un nostro commilitone che non ce la faceva più, per impedirgli di lasciarsi andare ed essere quindi ucciso dai cosacchi. Arrivammo così al gulag di Shepyatovka, in Bielorussia. Non ci fecero fare lavori forzati, ma la situazione era ugualmente drammatica perché eravamo perseguitati da una fame spaventosa. Solo una volta al giorno si mangiava un magrissimo rancio. Per fortuna riuscii a scappare e mi salvò la mia ottima conoscenza della lingua russa. Eravamo in due e avevamo anzitutto il problema dei vestiti. Dovevamo chiedere aiuto alla popolazione locale, ma come fidarci? Penetrati di notte in un villaggio di contadini, sbirciammo attraverso le finestre di tutte le case per vedere chi poteva essere cattolico come noi, giudicando dal tipo di immagini sacre che vedevamo appese alle pareti. Così trovammo una famiglia di brava gente che ci diede degli abiti e perfino dei biglietti per raggiungere Leopoli in treno. Da lì, poi, riuscimmo a passare in Romania, dove fra l’altro nel corso di un’alluvione salvai una persona che stava annegando. Era un polacco che mi offrì la possibilità di espatriare negli Stati Uniti, ma rifiutai. Non potevo, ero un ufficiale sotto giuramento e dovevo continuare a combattere».

- A quel tempo, stabilizzatasi, per così dire, la situazione con i Russi, restavano aperte le ostilità fra la Germania e gli Anglo-francesi. Fu così che decise di raggiungere il fronte occidentale? 

«Certamente. All’inizio del 1940 ero riuscito a raggiungere la Francia. Si stavano infatti radunando a Parigi molti militari polacchi scampati, o evasi come me, dalla prigionia in Germania o in URSS per riorganizzarsi e riprendere la lotta contro i Tedeschi al fianco degli Anglo-francesi. Poco dopo, però, a partire dal 10 maggio 1940, i Tedeschi iniziarono a invadere anche la Francia. Ben presto fummo tutti costretti a seguire la ritirata generale degli Alleati e ci imbarcammo insieme agli Inglesi a Dunkerque per riparare nelle Isole britanniche. Si era ai primi di giugno e vicino alla spiaggia vidi diverse navi colpite dagli aeroplani della Luftwaffe. In particolare ne vidi due centrate prendere fuoco mentre centinaia di uomini si gettavano in acqua e bruciavano. Alla fine, sbarcati in Gran Bretagna ci riorganizzammo, anche grazie alla presenza del governo polacco in esilio a Londra. Lì, per quel che ne so io, fui probabilmente l’unico straniero a venire addestrato dagli Inglesi all’uso dei nuovissimi apparati radar, poiché venni destinato a comandare una batteria di artiglieria contraerea asservita appunto a questo sistema rivoluzionario di radiolocalizzazione di bersagli aerei, ma anche terrestri. Era una tecnologia nuova, ancora “top secret”, peraltro scoperta e messa a punto da specialisti polacchi, e si può ben capire come gli Alleati ne fossero gelosi. In seguito venni trasferito nel teatro operativo del Mediterraneo, per la precisione in Egitto, imbarcato insieme a circa 2000 altri militari polacchi sulla prestigiosa nave da crociera Queen Elizabeth, che durante la guerra era stata ovviamente requisita dalla Marina britannica e convertita al trasporto truppe. Dalle coste dell’Inghilterra dirigemmo verso Sud in un convoglio di molte navi che lentamente compì l’intero periplo del continente africano per raggiungere infine il Mar Rosso e il Canale di Suez. Si era nel 1943 e attraversare lo Stretto di Gibilterra e il Mediterraneo per arrivare in Medio Oriente con la rotta più breve sarebbe stato ancora troppo pericoloso. Così affrontammo quella lunga traversata, afflitti da caldo e sete, perché il convoglio doveva tenere il passo delle navi più lente per non disperdersi e non cadere vittima di eventuali U-Boote, i famosi sommergibili tedeschi, per non parlare del pericolo di probabili mine subacquee. Arrivati in Egitto, fu gradualmente formato il 2° Corpo d’Armata Polacco agli ordini del generale Wladyslaw Anders e ci preparammo per essere sbarcati in Italia».

- Come furono il primo impatto con la popolazione italiana e i rapporti con gli Alleati?

«Prendemmo terra a Brindisi all’inizio del 1944 e subito fraternizzammo con la popolazione locale. Dopotutto la storia stessa ci parla di una lunga tradizione di contatti amichevoli fra Polonia e Italia, fin dai tempi del Risorgimento. Gli Italiani apprezzarono sempre il fatto che noi Polacchi ci comportavamo bene nei confronti dei civili. Ovviamente erano buoni anche i rapporti fra noi e gli altri Alleati, come i Francesi e gli Americani. Dei primi giorni dopo il mio arrivo in Italia ricordo bene un particolare episodio di cui fui testimone. A una mensa di ufficiali inglesi c’era un prigioniero italiano che serviva a tavola. A un certo punto alcuni dei militari britannici iniziarono a prendere in giro Mussolini. L’ufficiale italiano prigioniero protestò in maniera piuttosto dura e un onesto comandante inglese gli diede ragione, facendo cessare gli insulti gratuiti a un capo nemico e chiedendo scusa».

- Veniamo ai terribili combattimenti nella sanguinosa campagna fra Montecassino e la Linea Gotica. E’ ben nota la tenacia dei Tedeschi nel resistere all’avanzata degli Alleati sfruttando i baluardi naturali del montuoso territorio appenninico. Tenacia ben bilanciata dal coraggio dei Polacchi. Cosa ricorda di quei giorni?  

«Quando entrammo in azione sul fronte di Montecassino, ero capitano della 2° Compagnia di Artiglieria antiaerea. Come ho già spiegato prima, ero stato addestrato al tiro radar-assistito, che assicurava una grande precisione nel colpire i bersagli anche di notte. Ora, è vero che il mio reparto aveva il compito di proteggere le truppe di terra da incursioni di aerei nemici, ma, anche se abbattemmo coi nostri cannoni diversi aeroplani della Luftwaffe, partecipammo attivamente alla battaglia terrestre mirando a obbiettivi di terra. La mia compagnia venne dislocata in località Acquafondata, nella valle del Fiume Rapido, a circa 12 km in linea d’aria a Nordest dell’Abbazia di Montecassino, che, come noto, dopo essere stata bombardata dagli aerei americani, vide asserragliarsi fra le sue macerie numerose truppe nemiche in posizione favorevole. Da lì, fra l’11 e il 19 maggio 1944, feci compiere alla mia batteria numerosi tiri di copertura per appoggiare l’avanzata del 2° Corpo d’Armata polacco. Tiri molto efficaci grazie proprio al supporto del nostro radar. I nostri soldati attuarono una larga manovra di aggiramento lungo il Rapido e, pur sfondando le linee nemiche, ebbero moltissimi caduti. La cosa drammatica era che già prima dell’inizio della battaglia ci si aspettava una carneficina. Vidi infatti coi miei occhi che erano state scavate centinaia di fosse proprio in previsione di dover seppellire un gran numero di caduti. Ma non fu quella la cosa peggiore che vidi nella mia esperienza di guerra. Nei mesi seguenti, con l’avanzata verso Nord, ci portammo a ridosso della Linea Gotica, dopodiché anche noi Polacchi partecipammo alla liberazione della Pianura padana. Fu proprio negli ultimi giorni del conflitto che vissi forse il momento più drammatico. Accadde poco prima di prendere Bologna, verso il 9 aprile 1945. Nella nostra Compagnia c’era un ottimo elemento, il sergente Klimkiewicz, che era sempre sorridente. Quel giorno notai che a un certo punto si rattristò senza un motivo apparente. Io subito gli chiesi: “Ma perché fai quella faccia tragica, Klimkiewicz, cosa ti succede?”. E lui allora mi rispose: “Comandante, io ho un gran brutto presentimento. Sono convinto che non tornerò mai più in Polonia!”. Io, lì per lì, non ci feci molto caso e presi quella frase così, quasi per scherzo. Gli ribattei: “Ma che dici? Hai due figlie, hai anche comprato loro dei regali a Gerusalemme!”. All’improvviso arrivò un proiettile tedesco d’artiglieria che cadde a pochi metri da noi e le cui schegge investirono in pieno proprio lui, che era a due metri da me. Io invece restai illeso. Agonizzante, il mio povero sergente fece appena in tempo a dirmi: “Comandante, ha visto che avevo ragione?”. E morì. Pochi giorni dopo entrammo a Bologna e vedemmo che i partigiani comunisti uccidevano moltissima gente anche dopo la fine delle ostilità. Così, li disarmammo prontamente. Era assurdo, quei partigiani dicevano: “Quello è un fascista!”. E lo ammazzavano. Ma la guerra era ormai finita, non potevamo permetterlo. E poi, chi poteva dire se questo o quello era stato fascista e, soprattutto, se aveva commesso dei crimini? Più tardi, la guerra finì e gli Inglesi mi offrirono una carriera come colonnello nel loro esercito, ma avrei dovuto partire per l’India, che in quegli anni stava per diventare indipendente dall’Impero britannico. E’ vero che è un bellissimo Paese, ci andai molti anni dopo per lavoro, ma al momento rifiutai, anche perché nel frattempo avevo sposato a Porto San Giorgio, nelle Marche, la ragazza di cui mi ero innamorato».

- A questo punto passiamo la parola alla signora Fede Bonati, anch’ella testimone delle traversie della guerra e del dopoguerra. Come ha vissuto quegli anni difficili?

«Ero una ragazza molto giovane e vidi passare molti eserciti a cavallo fra il 1944 e il 1945. Ricordo perfettamente quando, presso la casa di campagna dei miei genitori, arrivarono delle truppe tedesche a stabilire una postazione antiaerea nel nostro ampio cortile. Devo dire che i Tedeschi, almeno quelli con cui io e la mia famiglia abbiamo avuto a che fare, furono sempre molto gentili. Il comandante tedesco ispezionò accuratamente casa nostra per motivi di sicurezza e quando arrivò alla porta della mia stanza, dove io stavo dormendo, mia madre gli disse: “Qui dentro dorme mia figlia!”. Lui si fidò e non aprì neppure la porta per verificare. Poi i Tedeschi si ritirarono verso Nord e quando arrivarono i Polacchi anch’essi furono molto gentili e disponibili verso la popolazione. Conobbi Anton e ci sposammo in poco tempo, ma appena finito il conflitto la situazione era ancora troppo confusa. Mio marito avrebbe dovuto chiedere ogni quattro mesi il permesso di soggiorno. Al che mio padre, che fra l’altro era stato anche lui militare nel campo avverso ed era da poco tornato dalla prigionia, ci disse: “Non preoccupatevi ragazzi, possiamo cercare assieme una sistemazione anche al di fuori dell’Italia”. Così facemmo e, a bordo di una nave della Croce Rossa, emigrammo in Argentina nel 1947, quando era già nato il nostro primo figlio, Iurek».

- Torniamo a lei, Mosiewic: con l’arrivo della pace, come andarono le cose?

«In Argentina lavorai prima come operaio, poi caporeparto in una fabbrica aeronautica di Cordoba, la Fàbrica Militar Aviones. In seguito mi sono messo in proprio fondando una mia azienda per impianti industriali di raffreddamento per l’acqua. Sono macchinari speciali per riciclare acqua e non sprecarla. Una specie di radiatore che riceve acqua calda dagli impianti e la restituisce fredda, senza doverne utilizzare di nuova. Ritornammo in Italia e ci stabilimmo a Milano. Negli ultimi decenni ho portato avanti la mia attività insieme ai figli, anche se io stesso ho continuato ancora fino a pochi anni fa a seguire personalmente diverse commesse viaggiando in aereo in tutto il mondo. Cosa aggiungere? Che sono stato contento di poter finalmente visitare negli ultimi vent’anni una Polonia libera dal comunismo, oltre al fatto che sia i Polacchi, sia gli avversari, i Tedeschi, hanno riconosciuto il contributo del 2° Corpo d’Armata di Anders, riservando anche a me delle decorazioni, in quanto veterano della Seconda Guerra Mondiale».