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Edward Nowak

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Intervista a cura di Ewa Przadka, rilasciata nel 1996 presso la Dom Polsi a Roma, tratta dal libro:”Testimoni” vol.III edito a Roma dalla Fondazione Marchesa J.S. Umiastowska.

 

EDWARD NOWAK

 

La mia avventura di soldato

 

Quale ruolo, secondo lei, può avere l’Associazione dei Polacchi in Italia costituita oggi  16 marzo 1996, durante l’incontro in Dom Polski intitolato a Giovanni Paolo II in via Cassia a Roma?

 

Sicuramente può avere un importante ruolo perché i Polacchi in Italia erano  divisi politicamente. Inizialmente  c’era un gruppo di soldati, che sono rimasti in Italia e poche persone di vecchia immigrazione. Più tardi, all’inizio dei anni ottanta,  tantissime persone sono scappate dal nostro paese, fra le altre cose  anche per via dello stato di guerra  proclamato in Polonia.

Ci sono anche molte polacche sposate con  italiani. Le persone della nuova emigrazione sono molto differenti da noi. E noi – forse ingiustamente – abbiamo un certo risentimento verso di loro, perché sanno così poco della nostra generazione. Hanno sentito solo, che c’era un qualche esercito polacco all’estero…. Però, perché……. Non sono molto interessati…..

 

 

Forse perché loro potevano sapere queste cose? Nelle scuole polacche non insegnavano molto del II Corpo del Esercito Polacco! E non parlavano per niente del  Gen.Anders.

 

Si, allora non si poteva  neanche  parlare di questo,  però adesso non si interessano lo stesso! Abbiamo sul territorio italiano 4 cimiteri di guerra polacchi, dove riposano circa  quattromila cinquecento soldati  caduti.  Ci sono: Monte Cassino, Loreto, Bologna e Casamassima. Io mi prendo cura del cimitero di Bologna, cioè  praticamente  della località San Lazzaro; poiché Bologna è cresciuta, questa località è stata inglobata nella città. Alla messa di Tutti i Santi viene appena qualche signora, e sono sempre le stesse persone. Quando mi sono rivolto agli altri allora ho sentito che “nessuno li ha invitati”,  come se si dovessero invitare per venire al cimitero. Abbiamo messo in ordine 1430 tombe dei soldati polacchi, che parteciparono alle battaglie fra Ancona e Bologna. Abbiamo un dettagliato elenco delle tombe. Siamo anche in contatto con le famiglia dei soldati caduti.

 

Tornando ancora all’Associazione dei Polacchi in Italia costituita oggi,  lei pensa che gli ex  combattenti troveranno in essa il loro posto,  saranno valorizzati di più, riusciranno ad interessare al passato le generazioni più giovani?

 

Forse, solo che la nostra vita si abbrevia e non ci è rimasto molto. Non so quanti saremo  rimasti qui, quando lei  ritornerà fra qualche anno. Io ero fra i più giovani e oggi ho 78 anni. I miei  colleghi di Forlì, che hanno 82, 83 anni, oggi stanno morendo.  Ogni tanto quando sono a Verona, li chiamo al telefono per sentire ancora la voce dei miei compagni d‘armi.

Non siamo rimasti molti nel mondo, in tutto qualche centinaio di tutto il II Corpo.

 

Che cosa rappresentava per lei il II Corpo?

 

Soprattutto il II Corpo  mi univa alla patria, costituiva il prolungamento del mio servizio militare..  Ero infatti un soldato di carriera , non  smisi di esserlo dopo il 1939, anche dopo che  sopravvissi al  lager sovietici.

Dove  e come ha cominciato la sua vita da soldato?

 

Da sempre ero interessato all’esercito.  Il 2 novembre 1936  mi arruolai come volontario nell’esercito. Sono stato assegnato al 13° Reggimento di Ulani a Nowa Wilejka. Un anno più tardi fini la Scuola di Sottoufficiali CKM Della Brigata di Cavalleria di Wilno  e la  Scuola di Gendarmeria.

Quando scoppiò la guerra,  avevo già un tirocinio militare di tre anni. Ero nel Plotone di Gendarmeria  del 3 Reggimento di Szwolożeròw di Suwałki. Il Reggimento combatté al nord nei pressi di Lidy e Grodno.

 

 

Gli allievi della Scuola a Suwalki nel 1939

 

Dopo la  sconfitta una parte del mio reggimento si spostò in Lituania, dove fummo internati il 24 settembre del 1939 nella località di Olita. In seguito ci trasportarono nel campo di Wilkomierz, e poi nella località di Wyłkowyszki. Dopo la  annessione della Lituania da parte dei bolscevichi, lo stesso giorno ci caricarono sui treni e portarono al campo di Kozielsk.

Sulla frontiera effettuarono la selezione secondo il grado militare: soldati, sottoufficiali, Gendarmeria,  ufficiali,  alfieri, guardia di frontiera, ed inoltre  polizia civile.

Non ci trattarono da prigionieri di guerra. Quando, all’inizio del giugno del 1941, il campo fu chiuso, ci trasportarono sulla penisola di Kola.

Là avremmo dovuto finire la nostra vita.. Nessuno tornava da lì,  non si poteva  sopravivere all’inverno nelle condizioni che erano state riservate a noi.  Non c’era niente, neanche le tende. Le condizioni di vita erano fuori dall’immaginazione umana. L’aggressione di Hitler alla Russia Sovietica il 21 giugno del 1941 ha cambiato la nostra sorte.

In conseguenza dell’attacco tedesco, la Russia è diventata automaticamente alleato della Gran Bretagna, paese nel quale si trovava il Governo Polacco in esilio. Durante le trattative, finite con la sottoscrizione del trattato di alleanza il 4 dicembre del 1941 fra la Polonia e la Russia Sovietica, il generale Sikorski ottenne da Stalin la promessa di liberare dai lager tutti i Polacchi deportati. Questa promessa però, come risultato a breve, non è stata mantenuta da Stalin fino in fondo e lo stesso atto di riparazione è stato definito come “l’Amnistia”.

IL 21 giugno del 1942 (data probabilmente inesatta) viaggiavo con la nave sovietica, che si chiamava  Klara Zetkin. Dovevo arrivare a Murmansk.

Ci  caricarono cosi come si caricano le sardine, tutti in piedi, circa 3000 persone assieme. Per quattro giorni non mangiai niente, non avemmo neanche l’acqua. Non mangiare per 4 giorni  in condizioni normali alla fine non è tanto difficile, ma per un uomo affamato “da lager” è tragico. Su qualche migliaio di prigionieri che si trovavano nella penisola di Kola, mediamente 15 persone al giorno perdevano la ragione, impazzivano. Queste persone sicuramente venivano ammazzate sul posto, poiché  nessuno veniva curato.

 

Che cosa ha aiutato lei  a resistere, da dove veniva questa voglia di vivere?

 

Sicuramente la religione,  la  fede in Dio e forse la giovinezza! Oggi penso che un giovane ha la testa un pò vuota. Noi avevamo solo un gran nostalgia dei genitori e dei fratelli. C’erano però anche le persone più anziane di 50, 60 anni, che hanno lasciato nel paese  bambini, nipoti.  Un uomo, che è pienamente cosciente di non tornare dall’esilio, non riesce a capacitarsi. Le persone giovani hanno però maggiore resistenza e inoltre è importante la fede, sicuramente  la fede....

 

Che cosa pensa delle persone che  torturavano, uccidevano e umiliavano i Polacchi nella penisola di Kola?

 

In tutto il mondo ci sono diverse persone. Nel  campo di Kozielsk lavorai qualche  mese nel cosiddetto laboratorio artistico diretto dal prof. Michał Siemiradzki, artista. Dopo lo incontrai sul fronte italiano. Siamo stati in nove, fra gli altri anche Tadeusz Zieliński –  che scolpi la Madonna Kozielska;  vedevo quando lavorava. In questo laboratorio arrivavano tutti giorni almeno cinque o sei membri di NKWD . Uno degli ufficiali, un maggiore,  si chiamava Dymidowicz, e un altro Dymianowicz, io ora posso anche sbagliarmi. Uno, probabilmente di origine ebraica, si occupava degli affari economici. L’altro era molto prestante,  di poche parole, molto elegante, educato, non ha mai né offeso nessuno, né detto le cattiverie. Se qualche volta gli chiedevano qualcosa, rispondeva “ cercherò di farlo”. Però lui era unico. Quell’altro, amministrativo, aveva molti più  contatti con la gente. Un membro del NKVD è una persona  istruita, preparata  psicologicamente, sa come avvicinare le persone, come perseguitarle. Per esempio alcuni lo avevano visto a Kozielsk, quando sparava personalmente agli ufficiali.

Dicevano che si muoveva come un automa. Lo descrivevano  in molti modi, si diceva che era pallido, con gli occhi grandi etc. Tutti i membri di NKVD  che ho incontrato erano cattivi. Quando andavamo con la nave nella penisola di Kola ci sistemarono sotto coperta, i servizi però si trovavano sopra. La gente faceva delle lunghe file ed alla fine cominciò a protestare. Allora  un capitano di NKVD sistemò quattro mitragliatrici e minacciò: “Ancora una parola e sparerò”. Queste persone erano terribili. Non vedo la differenza fra  un ufficiale di  NKVD e uno della Gestapo!

 

Dove hanno diretto il trasporto da Murmańsk?

 

A Suzdalu,  dove si trovava già la Missione Militare Polacca. Le persone liberate avevano due possibilità: o trovarsi un lavoro nella Russia Sovietica  o  entrare nel nascente Esercito Polacco. Per quanto attiene alla scelta nessuno di noi aveva nemmeno i più piccoli dubbi su cosa fare.

Tutti decidemmo di entrare nell’esercito, eravamo  i veterani della campagna di settembre del 1939.

Siamo stati diretti a Tatiszczew nella regione Saratow, perché proprio la cominciò a formarsi una delle prime divisioni dell’ Armata Polacca nella Russia Sovietica, comandata dal giovane generale Mieczysław Bruta-Speichowicz.  Come comandante del costituente esercito fu chiamato il generale di divisione Władysław Anders,  appena liberato dalla tristemente famosa prigione moscovita Lubianka. Il quartier generale si trovava in Buzuluk.

Le mie memorie di quegli anni le ho già raccontate nel Biuletyn  Polonia Włoska (1996 n°5) adesso mi richiamerò ad esse. Le ho intitolate: Dal gulag di Stalin al fronte italiano.

L’inverno 1941-1942 fu terrificante. A Tatiszcze e nelle vicinanze i volontari erano malnutriti, mal vestiti oppure vestiti con  stracci (io e miei amici avevamo in società solo un paio di scarpe bucate). Dormivamo nelle buche scavate nella terra congelata, dove il termometro segnava anche 40° sotto il zero. Da tutte parti della Russia arrivavano gli “amnistiati” – affamati, malati, a piedi nudi e con i vestiti laceri. Quell’inverno cominciarono ad arrivare a Buzułuk  dall’Inghilterra i primi trasporti con i generi alimentari e le divise. Nei primi mesi del 1942, un gruppo inizialmente piccolo ma crescente velocemente, che costituiva  l’inizio della futura Armata, fu spostato nella Repubblica Sovietica di Uzbechistan. Qui cominciarono a formarsi le prime divisioni, e  tutto l’apparato organizzativo diventava sempre più efficiente. Per  completare il personale delle diverse unità mancavano però migliaia di ufficiali, che in base  alle informazioni in possesso del Quartier Generale, avrebbero dovuto trovarsi sul territorio dell’Unione delle Repubbliche Sovietiche. Dopo l’ennesimo intervento presso Stalin, alla presenza del gen.Anders,  lo stesso rispose a voce al nostro generale: “Abbiamo commesso verso di loro un certo  errore”. Questo errore significava un barbaro assassinio, a Katyń e nelle altre località, di diverse migliaia di ufficiali polacchi provenienti dai campi di Kozielsk, Ostaszków e Starobielsk.

Durante il nostro soggiorno in Uzbechistan scoppiò un’epidemia di tifo. Il costituente Esercito Polacco fu decimato da questa malattia, e in qualche reparto il numero dei morti raggiunse il 50%. Mancavano i sani per seppellire i morti. Contemporaneamente tutti i gradi della gerarchia militare cominciarono a rendersi conto, che i rapporti con le nostre ex guardie carcerarie non sarebbero diventati mai né buoni  né sinceri. Nell’estate del 1942,   sotto la pressione di Churchill e in accordo con il Governo in esilio, decisero di spostare la nostra Armata in Iran. Alla fine di agosto ci imbarcarono sulle navi a Krasnowodzk e dopo aver attraversato il Mar Caspio ci sbarcarono in Iran, nel porto di Pahlevi. Siamo partiti dalla Russia in numero di 114 mila persone.  Assieme a noi lasciarono la Russia molti vecchi, donne e bambini, anche loro compresi dall’ “amnistia” di Stalin. In Iran ci spogliarono, disinfettarono e bruciarono i nostri vestiti. Dall’Iran arrivammo in Irak, qui fummo equipaggiati, addestrati  secondo le necessità del nostro esercito e della tattica della guerra in corso. In Irak il nostro esercito cambiò nome: divenne il II Corpo d’Armata Polacca ed fu annesso alle Forze Militari Britanniche che operavano in Medio Oriente.

Nel II Corpo fu annessa anche la Brigata Karpacka che si era distinta già in Libia, durante la battaglia di Tobruk, e in seguito fu trasformata in Divisione di Fucilieri dei Carpazi.

Nel 1943 due avvenimenti fecero perdere la serenità d’animo al popolo polacco ed ebbero molta risonanza sull’arena mondiale.  In aprile di quell’anno i tedeschi annunciarono di aver scoperto le tombe di Katyń. Quando il governo  Polacco fece una richiesta ufficiale alla Croce Rossa Internazionale di apertura della indagini, la Russia ruppe le relazioni diplomatiche con la Polonia. Il 4 luglio del 1943 perse la vita in un incidente d’aereo il primo ministro del governo Polacco,  il Comandante Supremo delle Forze Armate  Polacche, Generale Sikorski.

Dopo  la riorganizzazione del II Corpo dell’Esercito Polacco in Irak, ci trasferimmo in Palestina e in seguito in Egitto. In Italia  arrivammo nell’inverno del 1943-1944. Dopo lo sbarco a Taranto iniziammo la nostra battaglia con i tedeschi. Dal punto di vista strategico la più importante fu la battaglia di Monte Cassino. Essa apri alle forze alleate la strada verso Roma. Non meno importanti furono le vittorie sulla linea gotica, furono conquistate Ancona, Faenza ed Imola e la campagna terminò con la liberazione di Bologna.

 

 

Nel suo percorso di guerra vi erano Sangro, Rapido, Monte Cassino, la Costa Adriatica, Ancona, la Linea Gotica, l’Appennino settentrionale, il fiume Senio, Bologna, la Lombardia. Quale fu il suo destino dopo?

 

IL 30 ottobre del 1946 fui spostato dall’11° Squadrone di Gendarmeria al 12°, perché  l’11° era partito per l’Inghilterra. Io mi sposai nel marzo del 1946 con l’Italiana Vittoria Bondanini.  Rimasi qui e per il periodo di stanza dell’Esercito Polacco in Italia fui assegnato al 12° Squadrone di Gendarmeria, che si trovava ancora qui.

Ho sempre avuto nostalgia della Polonia! Provammo grandissima delusione! Combattemmo nel settembre del 1939, dopo fummo nel lager sovietici, facemmo tutta la campagna in Italia, finimmo la guerra nel 1945, a Bologna, ringraziando Dio di averci salvati ed improvvisamente certi  “grandi personaggi” dissero che tutto questo era inutile, che non avevamo nemmeno il diritto di tornare nel nostro paese! Stalin aveva stabilito che eravamo solamente dei traditori! Si poteva, a dir la verità, tornare in Polonia e qualcuno tornava; quando  parlai allora con il Console mi disse che io come Gendarme non potevo in nessun caso tornare in Patria. Ed io – vi prego di non scordarlo – ero nella scorta personale del Generale Anders.

Non è  strano allora che, dopo un passato così, uno in un certo momento non sapeva che cosa fare con se stesso. Per fortuna negli anni dopo la guerra gli italiani manifestavano molto cuore verso di noi.Avevamo bisogno di questo, specialmente dopo l’uscita dalla Russia, dove eravamo guardati come nemici e odiati. Non parlo della popolazione – noi in realtà avevamo solo a che fare con la NKWD e  le guardie dei lager.

Cosi, quando ci siamo trovati  in Italia, anche sul fronte, anche nel fuoco della battaglia, avevamo contatti con la gente del posto e sentivamo che questo era un mondo diverso, civilizzato. Io mi ero innamorato  di una ragazza di un’ottima famiglia, che poi  ho sposato. Mia moglie faceva allora l’ultimo anno della Facoltà di Farmacia all’Università di Bologna. All’inizio del 1947 nacque il nostro primo figlio e  mantenevo mia moglie con il bambino e la dada a Bologna. Quando mia moglie ottenne la laurea in farmacia, volevamo aprire una farmacia  in Italia ma non riuscimmo ad ottenere la licenza.

Poiché non  ricevetti il permesso per il soggiorno permanente in Italia, nel 1948 partimmo per l’Argentina. A Buenos Aires  rimanemmo quattro anni. Nel 1952 tornammo in Italia.  Mio suocero ci aveva aiutati a trovare una farmacia nella piccola località Premilcuore, nell’Appennino romagnolo. Questa farmacia, in affitto, l’abbiamo condotta per circa  dieci anni.

Sempre in Argentina nacque nostra figlia, ed in Italia il terzo figlio maschio.

 

Quale il ruolo dell’Italia nella sua vita? L’Italia è diventata secondo lei la sua seconda patria?

 

No,  in questo momento penso di no. Fino al 1966 mi difendevo, non volevo   prendere la cittadinanza italiana. Questi sono  sentimenti molto personali ed è anche  difficile per me spiegare che non potrei mai essere  un italiano. Ho comunicato alle autorità italiane, che rimarrò per sempre un polacco. Dopo però volevo andare in Polonia e non potevo servirmi del passaporto “nansenowski”, perché questo era molto pericoloso in quegli anni.

 

Nel 1966 ha ottenuto la cittadinanza italiana. Poteva andare in Polonia. Com’era questo incontro dopo tanti anni?

 

Molto commovente!

Incontrai mia madre, che non vedevo dal 1938! Mi avevano dimostrato tanta cordialità. Il ritorno non è passato però senza inconvenienti , poiché dovevo prolungare il mio visto, che ottenni solo per una settimana, dovevo rivolgermi alla Bezpieka (Ufficio di Sicurezza Interna) in Koszalin. Là  mi fecero aspettare. In un certo momento vennero a prendermi con una Wołga nera  (marca di una macchina russa)  due alti funzionari, che cominciarono a chiedermi le più svariate cose. Mi sentivo come durante un interrogatorio, però alla fine conclusero di prolungare il mio visto ed è finito così.

 

I suoi figli sono orgogliosi del suo passato di guerra?

 

Molto. Soprattutto i nipoti, e in modo particolare il più piccolo Simone Nowak di 10 anni. Tutte le volte quando viene alla messa celebrata da don Burniak, ha un’aquila  polacca sul bavero della giacca. E proprio lui ha scritto al computer il mio curriculum che io gli ho dettato.

Roma – Dom Polski Jana Pawła II, 1996 a cura di Ewa Przadka

 

Nota biografica

 

Edward Nowak, soldato del II° Corpo – nato il 28 luglio del 1918 a Teutshental (Germania). Il figlio maggiore di Szymon e Małgorzata,  nome di famiglia Łączek.  Deceduto il 21 agosto del 1997, in Forlì (Emilia Romagna). Sepolto al cimitero di Paderno in Mercato Saraceno.

Dopo il ritorno dalla Germania nel 1927 abita con la famiglia in Bobrowniki, e successivamente in Chełm (provincia di Radom). Dopo le scuole elementari e il corso di Addestramento  Militare Krakus, il 2 novembre del 1936 si arruola come volontario nel 13 Reggimento di Ulani in Nowowilejce. La Scuola dei Sottoufficiali, il corso di artiglieria  anticarro, con il grado di caporale, spostato nel febbraio del 1939 nella Gendarmeria e indirizzato  nella Scuola della Gendarmeria in Grudziąc. Dopo il completamento della Scuola della Gendarmeria, viene assegnato  al plotone della Gendarmeria in Suwałki. Nel giorno dello scoppio della guerra viene assegnato al 3 Reggimento di Szwalożeròw, come capo del posto di guardia  della gendarmeria. Dopo tre settimane di combattimenti nei dintorni di Lida e Grondo, il 24 settembre attraversa la frontiera polacco-lituana e viene internato nella località Olita, e successivamente indirizzato nei campi di Wilkomierz e Wyłkowyszki.

Dopo l’annessione della Lituania da parte dell’esercito sovietico è trasportato a Kozielsk e nel giugno del 1941 viene portato sulla penisola di Kola. Nel settembre del 1941 è trasportato a Sudala.(vedi avvertenze) Entra nell’Armata Polacca. Nel febbraio del 1942 (vedi avvertenze) lasciò la Russia e venne assegnato allo Squadrone di Gendarmeria presso  il comando del II° Corpo.

Nel 1943-1944 partecipa nella campagna d’Italia (Monte Cassino, Ancona, la linea gotica, Bologna).

Dopo la guerra rimane in Italia, nel marzo del 1946 sposa Vittoria Bondanini. Nel 1948 emigra in Argentina, nel 1952 torna con la famiglia in Italia e si stabilisce in Premilcuore, successivamente ritorna a Forlì. Nel 1966 ottiene la cittadinanza italiana.

Ha attivamente lavorato nell’Associazione dei Combattenti Polacchi e nella Associazione dei Polacchi in Italia.

 

Avvertenze: dalla lettura del testo emergono alcune incongruenze relative in particolare alle date degli spostamenti tra i campi di prigionia e dell’uscita dall’Unione Sovietica. In mancanza di notizie certe si è preferito lasciare nel testo queste incertezze, ritenendole poco rilevanti e certamente comprensibili, trattandosi di eventi avvenuti in circostanze terribili, riferite dopo più di cinquant’anni.