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Rafal Jan Grzondziel

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Quando a Bologna la bandiera polacca sventolò

in cima alla Torre degli Asinelli

 

Nel 1985 la casa editrice Cseo, fondata da don Francesco Ricci, pubblicò il volume I Giorni della Liberazione, dove sono raccolte le testimonianze della attiva partecipazione dei polacchi alla liberazione della Romagna e di Bologna. Da quel libro proponiamo il racconto di Rafal Jan Grzondziel, fra i primi a entrare nel capoluogo emiliano.

 

La sera, verso le 18, il Battaglione riceve il nuovo incarico: raggiungere ed occupare la città, se avremo la fortuna dalla nostra parte. Al comando del gruppo di inseguimento viene nominato il maggiore Rózanski. Nella prima fase dell’operazione gli italiani hanno il compito di prendere una testa di ponte sull’Idice, dopo di loro si muoveranno la 4ª Compagnia e le altre. Per un caso fortunato conducono da noi un italiano con la bicicletta, che afferma di essere stato lo stesso pomeriggio a Bologna. Egli racconta che sulle strade ci sono le mine e che San Lazzaro e Idice sono difesi. Tuttavia egli è passato a guado, senza essere visto da nessuno.

Bene! Verrà con noi e ci condurrà al guado!

Durante la riunione al comando di battaglione si è concluso che dovremmo contare solo sulla buona stella del soldato, in quanto l’artiglieria non potrà fornirci la sua copertura di fuoco, questa infatti può arrivare appena a San Lazzaro. C’è solo la possibilità di un intervento dell’artiglieria pesante. I cingolati e le altre armi di appoggio non potranno accompagnarci perché le strade sono completamente devastate da enormi crateri, i ponti sono stati fatti saltare e i campi sono minati. Dovremo allora procedere in silenzio, veloci e con molta cautela, per sorprendere il nemico, perché solo così avremo possibilità di farcela. Bisogna portare con noi sufficienti munizioni perché, in caso di combattimento, si possa resistere fino all’arrivo dei rinforzi.

D’improvviso, il nemico comincia a sparare con l’artiglieria pesante verso la casetta dove si svolge la riunione, anche se è a distanza notevole rispetto alla strada. Si ripete la serie di spari.

Ci guardiamo l’un l’altro. Che segno è questo, buono, o…? La decisione viene presa. Poche sono le parole del comandante del Battaglione: «Che vi accompagni la fortuna. Combattete per la Polonia! Date tutto di voi stessi. Dite questo ai ragazzi. In qualunque caso potete contare su di noi». Cade un buio assoluto. Non ci accompagnano le luci dei riflettori, soltanto il battito del cuore e la consapevolezza dell’importanza della missione.

Certamente anche il nemico lo sa.

È il turno della 4ª Compagnia. Va avanti la guida e i ragazzi dietro, in fila indiana. Avanziamo ad arco sul fiume. Lo spettacolo è impressionante. La terra è spaccata, segnata da solchi profondi, i tronchi sradicati bruciano e fumano ancora.

Ecco, i ragazzi procedono, cadendo a terra dopo qualche metro. Fortunati, o perduti? Avanzano soltanto delle ombre.

Il fuoco è già dietro a noi. Qua e là scoppiano le granate con una sorta di ghigno lamentoso. Non ci possono ormai più colpire. Siamo prossimi al fiume.

Fermi! Mine! Una, due, un intero campo. Fa niente. Giriamo. Il terzo plotone attraversa per primo il fiume, gli altri lo coprono.

È già passata la mezzanotte. Si sentono le vetture e le motociclette tedesche. Il nemico è così vicino e non sa ancora niente di noi.

Non ci sono spari. Vengono avanti gli altri. Passano a guado, evitando le rovine delle case. Sì, qui è passato un cannone semovente. Ecco un largo passo di cingoli, ecco tracce di automezzi.

C’è un cavo. Nuovo di zecca. Lo taglio una, due volte, ne butto i resti lontano. Adesso, anche se qualcuno notasse la nostra presenza, non potrebbe più avvisare dietro. Ora possiamo riprendere fiato.

Saliamo per una strada di campagna. Passiamo di fianco ad una chiesa e scendiamo giù, in un fosso. Di qui ci dirigiamo di nuovo verso il fiume, anche se la guida conosce una strada lì vicino per la città, per compiere la nostra missione: prendere alle spalle il ben difeso e fortificato Idice. Ma l’artiglieria nemica, evidentemente non avendo comunicazioni, nota che abbiamo superato il fiume. Accorcia il tiro e spara sul fianco. Molto bene – cento, duecento metri troppo corto. Possiamo stare tranquilli. A meno che qualcuno non si sbagli.

Ci fermiamo spesso per dar modo agli esploratori di guardarsi bene intorno. La guida è buona e la volontà di noi tutti ancora migliore. Non importa se gli zaini si allungano verso terra sotto il peso delle munizioni. Sono ormai tre giorni e tre notti che non dormiamo. Ma tutti, anche i più giovani, sanno che si tratta di una cosa seria che servirà a dare conforto alla Patria lontana e potrà fornire un “atout” da giocare alla conferenza della pace al cospetto del mondo intero.

Andiamo sempre avanti, percorrendo una strada ombreggiata da alberi. Il rumore dell’acqua ci fa capire che siamo arrivati al fiume.

Ecco le case. È Idice!

Ci avviciniamo come gatti. Il primo plotone pattuglierà e difenderà il ponte. Gli altri avanzeranno con cautela, ma rapidamente. Questo è l’ordine.

Idice è già alle nostre spalle. Ci assicuriamo che nessuno possa passare e sorprenderci. È chiaro che abbiamo fortuna. Qui aspetteremo la 3ª Compagnia. Il cavo manca già per la seconda volta. Abbiamo percorso un giro di circa sette chilometri. La discesa era rischiosa e ardua. Ci siamo riusciti. Tutti, dopo un simile sforzo, possono sedersi, tranne la pattuglia di protezione che sta di sentinella.

L’artiglieria colpisce nelle nostre vicinanze come un pugile il suo sacco da allenamento. Colpiscono sempre più vicino.

Mancano soltanto due chilometri e mezzo alla città dal punto in cui ci siamo fermati, Casa Boriani.

Il comandante della 4ª Compagnia ed io siamo di guardia e andiamo su e giù. Una pattuglia viene inviata a San Lazzaro e al Savena. Che succede laggiù?

Sempre più distintamente si sente il rumore di molte gambe in marcia. Sono i nostri o il nemico? Sono i nostri! È la 3ª Compagnia che sta arrivando. Si aggiungono anche le mitragliatrici pesanti con i muli. Siamo già pronti per andare avanti. L’aria viene scossa da un tremendo scoppio. Prima uno, dopo un po’ un secondo. Sì, è il nemico che ha fatto saltare il ponte davanti a noi. Una pioggia di terra ci ha coperti. Dopo una lunga pausa qualcuno viene verso di noi. Forse è una pattuglia che rientra. No! Udiamo distintamente soltanto due persone, mentre la pattuglia ne contava otto. Ci appiattiamo.

Li riconosciamo. Sono dei nostri! Ci dicono che la ricognizione della strada è cosa fatta e che il maggiore Rózanski è rimasto ad aspettarci con il resto della pattuglia.

Il comandante del battaglione ci dà lo stesso ordine. Andare avanti!

Ombre si alzano dai vari angoli e in silenzio ci muoviamo. Incontriamo due barricate. Le superiamo. Attorno, case distrutte e aria fetida. Al chiaro di luna i moncherini degli alberi e le pareti diroccate delle case sembrano elementi di un inferno dantesco. Per fortuna l’artiglieria si fa sentire attirando su di sé l’attenzione dei nostri cervelli.

«Ragazzi!» ordina sottovoce il maggiore Rózanski «a destra, attraverso il cortile, il frutteto, giù per la gradinata» fino al fiume. In silenzio! Aiutarsi l’un l’altro. Le sponde sono molto ripide, l’acqua profonda.

C’è silenzio attorno a noi, come se nessuno portasse qualcosa, mentre tutti siamo carichi come muli.

I gradini sono coperti d’erba, scivolosi. Ci aiutiamo a vicenda. È già il Savena. L’ultimo ostacolo prima della città. È una sensazione che fa rabbrividire ciascuno di noi. Nessuno guarda se ci sono o no sassi sporgenti. Andiamo uno dietro l’altro, immergendoci fino alle ginocchia. Questo ci rinfresca e ci richiama alla realtà.

Davanti a noi si erge una parete ripida. Il più scaltro vi è già salito, ha tirato su gli altri e già davanti ci assicurano il passaggio.

«Mine!» grida qualcuno. Sì, ce ne sono dappertutto, traditrici come serpenti, ma non c’è tempo per pensarci. Ci siamo affidati alla Divina Provvidenza e crediamo nella nostra buona stella. Tutto questo per il nostro martoriato Paese!

Sono le 4.15 quando la 4ª Compagnia è sull’altra sponda. Un momento di sosta protetta, per raccogliere le idee. Veniamo a sapere che non abbiamo più il collegamento con il battaglione. Il filo è finito e il marconista è rimasto indietro, da qualche parte (arriverà più tardi).

Una rapida consultazione dei capi. Già una decisione è presa. Avanzare con cautela. Bisogna rischiare. Assicurarsi sulla destra e sulla sinistra, ma andare avanti. Discutiamo fra di noi, il maggiore Rózanski, il capitano Nowak, il tenente Bilinski-Stalgis ed io. Ma se cadremo in una trappola? Allora, sparare e basta! Ciascuno al suo posto, occupare i blocchi di case, mantenere le posizioni o contrattaccare. Ma bisogna andare veloci, perché è chiaro che qui nessuno ci aspetta.

Si sta schiarendo. Sono le 5.10. Entriamo nella periferia di Bologna alle Due Madonne. Peccato che non ci sia nessun civile nelle case per potergli chiedere qualche informazione. D’un tratto si odono degli spari. Tutta una raffica, poi una seconda. Cominciano a farsi sentire le mitragliatrici e i Tommy sulle nostre retrovie. Un urlo dà l’allarme: una compagnia di tedeschi ci accerchia alle spalle.

E i proiettili fischiano. Tutti in un attimo si nascondono nei fossi e prendono posizione. Non bisogna lasciarsi accerchiare! Piazzarsi con le mitragliatrici alle finestre. Di fianco, dietro, il grosso edificio della fabbrica Montanari. Prenderne possesso e mantenere la posizione per proteggere l’ala sinistra. Le mitragliatrici cantano.

Si sente chiamare. Ci sono dei feriti. Infermiere! Corro nella direzione da dove viene la chiamata. Sì, ci sono dei feriti, ma tedeschi. Si sono arresi ed ora si avvicinano con le mani in alto.

Non si possono abbandonare le posizioni, perché non si sa quanti possano essere i nemici ancora nascosti. In questo istante l’aria viene scossa da un boato tremendo. È un vicino ponte che è saltato in aria. Allora il nemico è ancora là. Piovono rapide le domande: «Quanti eravate, dove sono gli altri, di che reparto siete?». L’arma consegnata, i caricatori, l’equipaggiamento del nemico, tutto è sparso sulla strada. Vado con due soldati a ispezionare l’avancampo. Sì, qui si sono messi in agguato e hanno fatto passare le nostre avanguardie. Qui, per terra, ci sono bombe a mano, faustpatron, carabine abbandonate, Spandau e altri pezzi dell’equipaggiamento del soldato.

Il plotone del sottotenente Witkowski ha avuto l’ordine di disarmare i nemici e di portarsi con essi in testa. La testa si mette in marcia, poiché si fa già chiaro, verso il centro di Bologna.

Sono le 5.30. Sulla destra, a terra, una targa piegata con una scritta su fondo azzurro: BOLOGNA.

Su un ponte ferroviario distrutto ci sono alcune persone che ci guardano. Scendono. Un momento dopo ce ne sono molte di più. E noi, in ordine di pattugliamento, camminando su entrambi i lati della strada, ci avviciniamo a loro. Ci hanno riconosciuto. Già ci corrono incontro.

Chiedono: «Americani, inglesi?». «No! Siamo polacchi!».

«Benvenuti! Viva i nostri liberatori! Viva la Polonia!».

Si spalancano tutte le porte e le finestre. In vestaglia, in camicia da notte, così come si trovano, tutti si spingono avanti per vedere coloro che aspettano da tanto tempo.

E noi andiamo sempre avanti, noi poveri soldati, in una ressa che si va facendo sempre più fitta e che già si agita. Ogni tanto qualcuno si avvicina, ci batte sulle spalle, ci offre dei fiori, di cui siamo già sommersi, ci abbraccia, ci bacia, ride, piange. Quasi tutti i visi sono allegri o impazziti di gioia.

E i ragazzi vanno, quasi scompaiono nella ressa che grida e applaude. Davanti a noi la bandiera polacca e, tutt’intorno, un mare di teste e di mani, levate in alto in segno di saluto.

Qualcuno mi si avvicina e mi sussurra all’orecchio che sulla nostra strada c’è una caserma delle “Brigate Nere”, dove si sono trincerati dei tedeschi.

Noi però andiamo oltre, per arrivare alla piazza e occupare il Municipio, chiavi e comando della città.

Abbiamo fatto appena cento metri, che alle nostre spalle sparano raffiche di mitragliatrici sulla folla, volendo ovviamente colpire la testa della colonna avanzante, i comandanti, e uccidere i soldati. I civili abbandonano in un baleno la strada, rifugiandosi sotto i portici e negli androni.

I ragazzi, invece, reagiscono subito, rispondendo al fuoco. La sparatoria dura un momento, senza che noi riportiamo perdite. Ci sono invece vittime fra la popolazione civile.

Dopo aver liquidato questo focolaio di resistenza, riprendiamo tutti la marcia e, un momento dopo, nuovamente migliaia di persone ci accompagnano con grida crescenti. Alle 6.00 si aprono davanti a noi le porte del palazzo municipale ed entriamo nella sala presidenziale del Comune. La bandiera polacca viene issata sul balcone, al quale si affacciano il maggiore Rózanski, il capitano Nowak, il tenente Bilinski-Stalgis ed io. Poco dopo arriva anche il colonnello Perkowicz del comando del gruppo “RUD”.

Alla folla inneggiante parlo in italiano: «Siamo un reparto dell’esercito polacco. Siamo polacchi. La nostra bandiera è bianca e rossa e, in segno di benvenuto, vorremmo vederla sulle vostre case. Vi abbiamo portato la libertà… Vogliamo che regnino la disciplina, l’ordine e una vera fratellanza».

Dalla folla si levano grida incessanti: «Evviva la Polonia! Viva i nostri liberatori!». Ed ecco che le campane cominciano a suonare con voce potente e accrescono con il loro suono la generale allegria.

Nella sala del Comune arrivano molti rappresentanti del Comitato di Liberazione. Ci portano il Libro d’Oro della città di Bologna, nel quale il colonnello Perkowicz scrive, per primo, che reparti del 2° Corpo dell’Esercito Polacco, dopo un combattimento vittorioso alle porte della città, hanno raggiunto il centro alle ore 6.00.

In quello stesso momento portano una grande bandiera per issarla sulla torre più alta della città, la Torre degli Asinelli. Di nuovo, salve e proiettili che volano. Nondimeno, bisogna andare. Stringo al petto la bandiera e corro. La isso un istante dopo, questa vittoriosa, anche se bucata da un proiettile, bandiera della Polonia. Da quel momento essa sventola sulla torre alta 104 metri, per dire a tutti che i polacchi hanno occupato la città, essendovi entrati per primi.

I fascisti non ce la danno per vinta. Per due volte ancora fanno fuoco con le mitragliatrici contro il balcone, dove noi ci troviamo, e sparano implacabilmente.

Sono le 8.10.

La folla si agita. Guardo, vedo dei carri armati. Sono gli americani che arrivano. Ne siamo molto contenti. Non ci sentiamo più soli, in una marea di folla. Il comandante dei carri, un generale americano, entra nella sala comunale e si congratula con noi, polacchi, per un così brillante successo di reparti dell’Esercito Polacco.

«Ero impegnato» ci dice «in combattimento con un “Panther” nemico. Per questo anche se lo desideravo, non ce l’ho fatta ad arrivare qui prima. Mi rallegro molto però e sono felice che voi, polacchi, ci siate riusciti».

Aumenta sempre il numero delle persone radunate nella sala del Consiglio Comunale. Alle 9.00 arrivano altri nuovi reparti e, con loro, corrispondenti di guerra, reporter, operatori cinematografici. Alle 9.30 giunge l’arcivescovo di Bologna, il cardinale Nasalli Rocca, che saluta i polacchi, liberatori della città, e rende loro omaggio. Risponde al saluto il colonnello Perkowicz.

È il giorno della Polonia, il giorno glorioso dell’Armata Polacca.

Arriverà presto anche per noi quella libertà che oggi Bologna ha ricevuto da noi?

Bologna ha nel suo stemma gli stessi colori, il bianco e il rosso, e lo stesso ideale della Polonia: Libertas - Libertà.

 

Rafal Jan Grzondziel