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In esilio

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Che cosa faremo?

 

Questa è la domanda che si posero gli ex combattenti polacchi nel ’47, allo scioglimento del II°Corpo.  Avendo deciso di condividere la sorte del Gen. Anders, privato della cittadinanza polacca e considerato un traditore dal governo filo sovietico, si erano votati  all’esilio.

Pochi tornarono. I più giovani, i soldati semplici, coloro che non avevano vissuto la prigionia nell’Unione Sovietica. Alcuni di questi scomparvero nel nulla con le loro famiglie.

Gli ex combattenti polacchi in esilio erano apolidi. Per loro si cercarono accordi con stati stranieri affinché li accogliessero. Molti avevano sposato donne italiane ed erano già nati, in Italia, i primi figli di due nazioni, una delle quali rimaneva un miraggio.

Diverse famiglie scelsero di partire per l’Argentina che sembrava, allora, un paese con grandi prospettive di sviluppo, nel quale si poteva cercare fortuna. Ma, in realtà, solo pochi trovarono una buona sistemazione. In compenso i sacrifici erano tanti, anche in Argentina il periodo del dopoguerra non fu così prospero come appariva da lontano. Il paese era molto esteso, con enormi spazi liberi, ma erano lontani da tutto, il clima non sempre era  favorevole. C’era posto sì, ma nella Terra del Fuoco o nelle pampas e chi aveva bambini come poteva andare? In più molti erano stati militari di professione e non sempre avevano capacità da artigiano o un mestiere sul quale investire.

Dopo questo tentativo infruttuoso e poco fortunato, appena ne ebbero la possibilità, molte famiglie rientrarono in Italia. I soldati polacchi, nonostante la dispersione in Argentina, erano riusciti a mantenersi in contatto e, piano piano, di nuovo in Italia, ricostruirono la loro comunità di esuli.

In questo erano aiutati dai giornali in lingua polacca che arrivavano dalla associazione mondiale, molto attiva e ben organizzata. Non per tutti gli esuli era andata così male. In Canada,  Inghilterra,  Australia e negli Stati Uniti c’erano già Associazioni molto forti che stampavano quotidiani e potevano finanziare iniziative anche in Europa. A Parigi, come già prima della guerra, c’erano molti polacchi, rifugiati politici dopo la creazione della cortina di ferro.

Erano ripresi, con difficoltà, i contatti con le famiglie di origine che spesso non avevano avuto più notizie dal settembre del 1939. Anche la Polonia era stata colpita duramente durante la guerra, intere famiglie erano scomparse, tanti nei campi di concentramento tedeschi e sovietici. Mio padre apprese che una sua sorella era morta nell’insurrezione di Varsavia e che una era quasi impazzita ad Auschwitz.

Al rientro dall’Argentina, alcuni tornarono in Polonia, dopo il 1956 c’era più tolleranza verso gli ex combattenti. Per gli altri iniziò in Italia il difficile reinserimento. Erano ancora apolidi, non c’erano allora le attenzioni che abbiamo oggi verso i rifugiati politici. La tutela dell’ONU era molto distante. Arrivavano pacchi di aiuti dalla Croce Rossa internazionale e poco d’altro.

C’era, per tutte le nazioni europee, la necessità di stabilire rapporti commerciali con le nazioni rimaste all’Est e con l’URSS in primo luogo. Erano gli anni della costruzione di Togliattigrad e all’Unione Sovietica non piaceva che si ricordasse l’invasione della Polonia nel settembre del ‘39. Gli ex combattenti erano una memoria vivente di quanto accaduto ed anche il governo italiano aveva difficoltà a riconoscere loro la cittadinanza, che arrivò molto tardi, per mio padre nel 1970. Fu una scelta di necessità, molto dolorosa, per poter tornare, almeno in visita, a ciò che ancora rimaneva della loro vita di un tempo.

Nel frattempo in Italia le famiglie si erano allargate. I figli, molti dei quali nati in Argentina durante il soggiorno laggiù, erano cresciuti di numero. Oggi si direbbe che eravamo famiglie multietniche.

I nostri padri erano ancora amici e si trovavano appena possibile per parlare la loro lingua e commentare insieme le vicende della Polonia. Ormai avevano tutti la cittadinanza italiana e, con questo “ombrellino” di sicurezza, poterono tornare, finalmente, in Polonia. Per tutti fu una grandissima emozione. Trovarono un paese che era progredito, ma nelle campagne la vita non era cambiata poi tanto. Si lavorava la terra con i cavalli, i trattori erano pochissimi, c’erano ancora tante case di legno. Al suo rientro in Patria mio padre trovò solo la mamma, il mio nonno Szimon era morto di malattia nel 1956. C’era un fiorente mercato nero, in particolare per la valuta che al cambio ufficiale valeva moltissimo ma, di fatto, era poca cosa, tanto che mio padre potè comprare una mucca per la mamma e per la sorella che aveva tanti figli. I polacchi potevano viaggiare all’estero a condizione che qualcuno dichiarasse la sua disponibilità ad ospitarli. I componenti di una  famiglia non potevano espatriare tutti insieme, qualcuno doveva rimanere per essere quasi un ostaggio. I pochi dollari che avevano erano stati acquistati al mercato nero. Ci venivano a trovare con macchine vecchissime, tenute insieme non si sa come, sempre stracariche di oggetti che venivano regalati o venduti in Italia per pagarsi il viaggio. Avevano vodka, macchine fotografiche e binocoli, cristalli bellissimi tagliati a mano, stoffe grezze, come il lino, qui quasi introvabili, persino piume di oca.

Anche in questo modo di vivere, che aveva trovato la sua normalità, gli echi lontani della guerra ci riservavano storie incredibili come quella di un soldato che lasciò la Polonia senza sapere della gravidanza della sua fidanzata. Dopo la guerra non avevano potuto ritrovarsi e quel soldato aveva costituito una famiglia in Italia. Ma qualche mese dopo l’inizio della sua prigionia, in Polonia, era nata sua figlia, che riuscì a rintracciare il padre soltanto negli anni ’70.

In Italia i reduci si incontravano sempre il due novembre per la celebrazione della S.Messa nei cimiteri dei loro caduti. Il Gen. Anders li visitava spesso. Il Card. Rubin, che aveva fatto parte del II° Corpo Polacco, era diventato Segretario del Sinodo dei Vescovi e seguiva con affetto le vicende dei suoi vecchi amici. La Chiesa polacca aveva istituito già negli anni ’50 una sorta di servizio spirituale per le comunità sparse nel mondo e in particolare in Italia. Un sacerdote veniva ogni anno a Natale ed a Pasqua a celebrare una Messa, rigorosamente in Polacco, nelle varie comunità. Per l’Emilia-Romagna e parte delle Marche questo avveniva sempre a Forlì perché in città e nei paesi vicini erano tanti gli ex combattenti. Mio padre provvedeva a organizzare l’evento, che era ed è tuttora, un incontro veramente speciale.

Questo è stato il proseguimento dell’avventura umana dei reduci del II° Corpo Polacco in Italia. Una vicenda piena di nostalgia per la Patria lontana e privata della libertà. Nostalgia addolcita da un’amicizia che noi figli abbiamo ereditato e che ha superato la prova del tempo, della distanza e delle infinite difficoltà.

 

Maurizio Nowak