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Quel lungo lungo viaggio

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Premessa

Nel 1918 termina la Ia Guerra Mondiale. L’Italia riesce finalmente ad essere unita e la Polonia, in seguito ai trattati di pace, riacquista, dopo più di un secolo, la sua indipendenza. Ma già nei trattati è inserita una clausola che servirà da pretesto per lo scoppio della IIa  Guerra Mondiale. Nel territorio polacco è incuneata l’enclave di Danzica con molti abitanti di etnia tedesca.

   

                                    La Polonia all’epoca delle spartizioni    

 

                                                         La Polonia nel 1939

C’è, in quegli anni, un grande smistamento di popoli a cavallo della frontiera tedesco-polacca. La cause sono diverse, fra queste la mancanza di  lavoro in un momento di grande difficoltà economica in tutta l’Europa nel dopoguerra. Tra il 1920 ed il 1921 scoppia un conflitto tra l’URSS e la neonata Repubblica polacca. Le cause stanno nella necessità della rivoluzione bolscevica di individuare nemici esterni, per giustificare in qualche modo i problemi del nuovo regime, e nella volontà di estendere la rivoluzione anche all’Europa centrale. Da parte polacca ci sono rivendicazioni territoriali non soddisfatte in modo equo nei trattati di pace. Dopo una travolgente avanzata sovietica, nel 1921, nell’ultima difesa di Varsavia avviene l’imprevedibile. L’episodio  segna il ribaltamento della guerra: è chiamato poi il Miracolo della Vistola, celebrato nella Cappella Polacca della Basilica di Loreto. I polacchi respingono l’assalto e inseguono  la potente Armata Rossa fino sotto le mura di Leopoli. E’ l’ennesimo smacco subito dai russi: troveranno il modo di vendicarsi duramente.

La seconda guerra mondiale

 

Nell’agosto del 1939 viene firmato il patto Molotov-Von Ribbentrop che prevede, in alcuni protocolli segreti, la spartizione della Polonia. Il primo di settembre la Germania nazista invade la Polonia. Il 17 settembre anche i sovietici attaccano da Est. Il 28 settembre, dopo la resa di Varsavia, mentre ancora resistono alcuni reparti polacchi, viene messa in atto l’ennesima spartizione della Polonia. Inizia la persecuzione. Sappiamo molto di ciò che avvenne nella parte occupata dai tedeschi, citiamo solo due nomi che ricordano tristemente i campi di sterminio: Auschwitz (Oswiecim) e Treblinka. Ma si ricorda  poco o nulla del milione e mezzo di deportati nei gulag sovietici, di loro non c’è traccia nei libri di storia. Riporto una breve testimonianza, ritrovata tra le memorie di mio padre: è un foglio dattiloscritto, una fotocopia molto sbiadita nella quale in alto c’è un disegno che mostra un campo coperto di neve nel quale due soldati con le baionette colpiscono un corpo a terra, la parte scritta riporta:”Chi si ferma è perduto si diceva una volta, ed è sempre vero. Chi non ne poteva più, perché sfinito dagli stenti e dalla fatica, cadeva nella neve. E così riceveva subito l’ultimo saluto, mediante ripetuti colpi di baionetta nelle parti vitali del corpo, da parte dei soldati “bolscevichi” di scorta che, assolta la loro feroce missione, raggiungevano la colonna in marcia dei nostri fratelli deportati. Ed il terribile rito si ripeteva sul corpo di altri sventurati sdraiati nella neve. La tragica colonna diretta in Siberia comprendeva donne e bambini, sacerdoti, professori, poliziotti, piccoli commercianti e contadini; in pratica il mondo produttivo della Polonia. A sgomberare i cadaveri pensavano gli sciacalli e gli animali affamati. Nessuno segnò i nomi di Francesco, di Giovanni e di Giuseppe e oggi nessuno sa dove siano finiti. Secondo le statistiche finirono in Siberia circa un milione e mezzo di polacchi, ne rientrarono soltanto dieci mila. E gli altri? Di loro ci parla la nostra fede cristiana, ci parla la storia dei perseguitati, ci parla con amore il nostro cuore e la nostra patria polacca”. Il testo è firmato soltanto “una testimonianza oculare” e continua: “questo triste e spaventoso intervento chirurgico ho visto più volte in Siberia, operazione fatta senza anestesia (riferito alla soppressione dei più deboli). In queste colonne c’erano anche i miei familiari, il padre Ludovico, la madre Veronica, casalinga, i fratelli Francesco e Giovanni, nessuno di loro è ritornato a guerra finita”. Nei paragrafi seguenti daremo una ricostruzione parziale di ciò che accadde ai soldati polacchi, tenendo conto che si verificarono  tante situazioni diverse, ognuna delle quali meriterebbe di essere studiata singolarmente.  

Inizia la prigionia

Dei soldati polacchi combattenti sul fronte orientale una parte fu presa prigioniera subito dai sovietici. Molti invece ripararono in Lituania dove furono  internati in campi di prigionia  per pochissimo tempo. Poi anche la Lituania fu invasa dall’Armata Rossa. Il destino per tutti furono i campi di concentramento. Alcuni prigionieri provenienti dalla Lituania furono portati a Kozielsk, duecentoventi km. a Sud Ovest di Mosca. Curiosamente il campo si chiamava Kozielsk Due. I polacchi non lo sapevano ma i primi internati, destinato agli ufficiali, erano già stati uccisi insieme a migliaia di altri e sepolti nella foresta di Katyn , presso Smolensk. Il calcolo totale dei prigionieri uccisi varia secondo le fonti, Michail Gorbaciov ammise, soltanto nel 1990, che furono soppressi circa 22.000 tra ufficiali, sottufficiali ed intellettuali.

 Nel 1941 i prigionieri di Kozielsk, a causa dell’avvicinarsi del fronte, furono trasferiti nella penisola di Kola, alla foce del fiume Ponoy, oltre il Circolo Polare Artico. Nei campi non c’erano ricoveri se non quelli costruiti dagli stessi prigionieri. Intanto si dormiva in buche scavate nella neve. L’alimentazione, scarsissima, era costituita da pane, aringhe e poco altro. Molti morirono per gli stenti durante quel lungo periodo di prigionia.

Una impossibile convivenza

Il 21 giugno 1941 i tedeschi attaccarono l’Unione Sovietica. Gli alleati iniziarono le trattative con i russi ed il governo polacco in esilio a Londra chiese di essere invitato.

Alla luce della nuova situazione Stalin promise la liberazione dei prigionieri polacchi in Unione Sovietica. La promessa fu mantenuta solo parzialmente, molti rimasero prigionieri. Su pressione dei governi alleati i prigionieri, dall’agosto del 1941, furono trasportati via mare e sui treni a Suzdal. Furono “amnistiati” con la possibilità di arruolarsi nell’Armata Polacca che si andava formando in Russia.

 

I campi di prigionia polacchi in Unione Sovietica: sono evidenziate con cerchi le zone dalle quali non provenivano notizie e con una scritta in giallo la località di Katyn

 

Si può immaginare come fossero organizzati i trasporti nell’Unione Sovietica che si stava scontrando con i tedeschi. Il viaggio avveniva per ferrovia, con percorsi tortuosi e lentissimi. Ricordiamo alcune tappe: Saratov, 300 km. a Nord di Stalingrado, Buzuluk, dov’era il Comando della nuova Armata, Tashkent in Uzbekistan nel 1942.

                                             Il Comando polacco a Buzuluk

I rapporti con i nuovi alleati russi rimanevano difficili, e lo si potrà ben capire. I viveri arrivavano solo per un terzo delle necessità di quelle settantamila persone. Il Gen. Anders aveva fatto di tutto per salvare anche una parte dei polacchi deportati e si erano aggregate ventimila donne bambini e anziani ai cinquantamila soldati liberati. Mancava tutto per vestire e armare i polacchi, la diffidenza con i sovietici era totalmente ricambiata. La scoperta delle fosse di Katyn cambiò di nuovo la situazione. I tedeschi avevano scoperto grandi fosse comuni in quella località. Una commissione internazionale sotto la supervisione della Croce Rossa, nell’Aprile del 1943, accertò che si trattava degli ufficiali e sottufficiali polacchi che  mancavano all’appello redatto dal Gen. Anders. In seguito, il 13 Aprile 1990, il leader russo Gorbaciov confermò l’uccisione di 22.000 prigionieri polacchi, per ordine diretto di Stalin, nel 1940 ( fascicolo n.794/5 dell’Archivio di comitato centrale del PCUS).

La rottura con i sovietici

Il Governo polacco, in esilio a Londra, ruppe le relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica, i soldati polacchi erano diventati davvero un problema.  I governi alleati, in grave imbarazzo, stabilirono di trasportare l’Armata in formazione prima in Iran dal porto di Krasnowodsk, attraverso il Mar Caspio, a Bandar Pahlavi, e poi in Iraq a Kirkuk dove furono posti a guardia dei campi petroliferi. Intanto finalmente arrivavano, dall’Inghilterra, i viveri, il vestiario e gli armamenti per poter addestrare di nuovo i soldati polacchi.

 

      Parte del viaggio dei soldati polacchi dall’Unione Sovietica al Medio Oriente

 

                                            Soldati polacchi a Mossul. 1943

                                                      A Quisil Ribat. 1943

 

Trascorse così il 1943, con nuovi spostamenti verso la Giordania e la Palestina, con la costituzione dell’Armata Polacca in Oriente,  poi divenuta II° Corpo Polacco, fino in Egitto.

Da Alessandria d’Egitto, tra la fine del 1943 all’inizio del 1944, l’Armata Polacca fu trasferita in Italia, attraverso il porto di Taranto.

La guerra in Italia

I soldati polacchi furono inviati immediatamente al fronte sul F.Sangro, a Campobasso ed Isernia.

Da qui iniziò l’impegno del II° Corpo nella liberazione dell’Italia.

Il luogo simbolicamente più noto del sacrificio dei nostri soldati è Montecassino.

I tedeschi erano fortemente asserragliati in cima alla montagna dove lo sciagurato bombardamento dell’Abbazia aveva permesso loro di fortificare le posizioni in mezzo alle macerie. Già i canadesi ed i  Gurka erano stati respinti con gravissime perdite

Citiamo l’opinione espressa da un ufficiale inglese al seguito  dell’attacco del II° Corpo Polacco come osservatore del comando britannico, riportata sul libro di Norman Davies sulla rivolta di Varsavia,: mai aveva assistito ad esempi di così disperato e terribile valore.

Il 18 maggio 1944 finì la battaglia. Gli oltre 1200 caduti riposano nel Cimitero di guerra posto vicino alla ricostruita Abbazia, insieme al Gen Anders che fece, in vita, la richiesta di riposare per sempre insieme ai suoi soldati.

L’impegno del II° Corpo Polacco non si esaurì con quella battaglia. Passati sul fronte Adriatico i Polacchi conquistarono Ancona e molti paesi vicini. L’utilizzo del porto fu essenziale per lo sforzo alleato su Rimini e per il superamento della Linea Gotica.

Dopo la battaglia di Ancona, nella quale i polacchi furono accompagnati dalla Brigata Maiella, ci fu l’impegno nell’Appennino romagnolo nell’ottobre-novembre del 1944, prima della definitiva e durissima avanzata su Bologna, conclusa il 21 aprile del 1945. I caduti di questi combattimenti si trovano nei cimiteri di Loreto e S.Lazzaro di Savena e, insieme a quelli del cimitero di Casamassima, ove si trovava l’ospedale militare, portano a quasi 5.000 il totale di coloro che versarono il proprio sangue per la libertà della terra italiana. Come recita il motto fatto proprio dagli ex combattenti: per la vostra e la nostra libertà diedero l’anima a Dio, il corpo all’Italia ed il cuore alla Polonia.

 La Polonia dopo la seconda guerra mondiale: in grigio i territori rimasti all’Unione Sovietica, in rosa le parti sottratte alla Germania.

Il dopoguerra

Alla fine delle ostilità, il II° Corpo Polacco, i cui soldati si erano generalmente bene integrati con la popolazione italiana, fu mantenuto e schierato a difesa del Nord-Est. I comandi alleati  osservavano con preoccupazione la possibilità di un’aggressione da parte delle armate della nascente Iugoslavia.

Intanto il Gen. Anders, comandante del corpo, fu privato della cittadinanza polacca e dichiarato traditore da parte del nuovo governo filosovietico di Varsavia. I suoi soldati, in stragrande maggioranza (98.000 su 112.000) decisero di condividere il suo destino di esule. Dopo la smobilitazione definitiva, nel 1947, iniziò per tanti di loro l’ennesimo viaggio che avrebbe portato alla costituzione di diverse comunità polacche nel mondo. In gran parte nei paesi del Commonwealth, negli Usa ed in Sud America cominciarono altre storie, che né la distanza né il tempo ha potuto separare.

Noi, discendenti di quell’esercito di eroi mai piegati neppure dall’esilio, fieri della nuova, libera, Repubblica di Polonia, nella quale vediamo la realizzazione del sacrificio dei nostri padri, abbaimo il compito di conservare la loro memoria. 

Maurizio Nowak