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Katyn

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La storia di Katyn

Nel giugno del 1941, in seguito all’attacco tedesco contro l’Unione Sovietica, il governo russo si unì alle nazioni che già combattevano contro i nazisti e, divenuto uno degli alleati, dovette comportarsi di conseguenza. Fino a quel momento infatti, in base al patto Ribbentrop-Molotov (23 agosto 1939),  l’Unione Sovietica e la Germania nazista avevano ampiamente collaborato, soprattutto nell’invadere (i tedeschi il primo settembre del 1939 e i sovietici il 17 dello stesso mese), sconfiggere e spartirsi a metà la Polonia.

Nell’accordo diplomatico, firmato a Londra il 30 luglio del 1941, tra il  primo ministro del governo polacco in esilio in Gran Bretagna, il generale Sikorski (che nel luglio del 1943 morirà in un misterioso incidente aereo a Gibilterra, togliendo così a Churchill un “imbarazzante” e intransigente  avversario dell’Unione Sovietica), e l’ambasciatore russo Majskij, si stabiliva  che “i trattati russo-tedeschi del 1939 relativi ai mutamenti territoriali della Polonia hanno perso ogni valore” e, soprattutto, “l’amnistia per tutti i cittadini polacchi ora privi di libertà in territorio sovietico”. Fu stabilito che i militari polacchi liberati sarebbero stati inquadrati in un esercito polacco il cui comando fu affidato al generale Wladyslaw Anders (che sarà poi uno dei liberatori, con il suo esercito di polacchi inquadrati nell’armata inglese, dell’ Italia). Nonostante le meticolose ricerche (guidate dal capitano Jòzef Czapski, notevole scrittore e pittore, vissuto poi in esilio a Parigi)  mancarono all’appello 15.000 soldati, dei quali circa 8.400 ufficiali.  Dall’aprile del 1940 se ne erano perse le tracce. A Mosca, il 3 dicembre del 1941, incalzato dalle richieste di spiegazioni di Sikorski e di Anders, Stalin rispose: “Sono scappati in Manciuria”. In realtà, Stalin in persona aveva firmato il 5 marzo del 1940 l’autorizzazione all’NKVD a uccidere i prigioneiri di guerra polacchi (fascicolo n. 794/5 del l’Archivio dl comitato centrale del Pcus).

Nell’aprile del 1943, proprio mentre infuriava la rivolta del ghetto di Varsavia, i tedeschi, che occupavano il territorio sovietico, scoprirono nella foresta di Katyn, nei pressi di Smolensk, delle fosse comuni con i corpi di 4.500 ufficiali e soldati polacchi, uccisi ognuno con un colpo alla nuca. Nel diario personale del ministro tedesco per la propaganda Gobbels si può leggere, alla data del 9 aprile 1943: “Vicino a Smolensk sono state trovate delle fosse comuni piene di cadaveri polacchi. I bolscevichi hanno semplicemente ucciso circa 10.000 prigionieri seppellendoli alla rinfusa in fosse comuni”.

Nei nostri manuali di storia quell’episodio per decenni è stato totalmente ignorato e anche oggi viene trattato come una delle tante atrocità della Seconda guerra mondiale. Eppure quella tragedia, che la propaganda tedesca si giocò con molta abilità, addossando la colpa sui sovietici, incrinò il fronte antinazista: i sovietici (che fino al 1990 negheranno e cercheranno di occultare con tutti i mezzi la loro responsabilità) ruppero, il 25 aprile del 1943, i loro rapporti con il governo polacco in esilio a Londra, convintosi ormai della loro colpa, e costrinsero gli inglesi e gli americani ad accettare la loro versione dei fatti: un crimine operato dai tedeschi per addossare la responsabilità sui sovietici e dividere il fronte alleato (anche se poi i giudici del tribunale di Norimberga non accettarono di incolpare anche di questo i nazisti, dando un primo segnale dell’inizio della guerra fredda).

Nel 1944, quando riconquistarono il territorio, i sovietici fecero fare una nuova inchiesta, in quella foresta, da una commissione che dette loro ragione.

Per provare la loro posizione, i tedeschi fecero portare a Katyn alcuni ufficiali polacchi, prigionieri dei tedeschi nel campo di Woldemberg, per vedere i corpi dei loro connazionali. Uno di loro raccontò allo storico Marian Brandys che, mentre stava sull’orlo di una delle fosse comuni, fu interrogato da un ufficiale tedesco su quanto tempo, secondo lui, quei corpi fossero stati sepolti là sotto. Il polacco dette una valutazione precisa: dalla primavera del 1940. Alla domanda stupita del tedesco su come facesse ad essere così sicuro, lui gli rispose: “Perché, signor professore, prima della guerra avevo studiato medicina legale da lei a Berlino”.

Nel documentario girato dai tedeschi per i cinegiornali di propaganda, si vedono nelle fosse, sopra le montagne di cadaveri, alcuni uomini con dei camici e dei guanti di gomma (spezzoni del filmato si vedono anche nel film di Wajda). In particolare, si nota un medico con un cappello nero a larghe tese. Erano i dodici medici della commissione della Croce rossa internazionale, giunta a Katyn il 28 aprile del 1943. Quello con il cappello era un anatomopatologo napoletano Vincenzo Maria Palmieri. La commissione stabilì che i cadaveri risalivano all’ aprile-maggio 1940, epoca nella quale quelle foreste erano controllate dai russi. Il rapporto della commissione fu respinto dai sovietici. Dopo la guerra, il dottor Markov (di Sofia) e il dottor Hajek (di Praga), membri della commissione, furono costretti a ritrattare e dichiarare che i tedeschi li avevano obbligati a giungere a quelle conclusioni. Anche il dottor Palmieri, nel dopoguerra, fu oggetto di una violenta campagna di discredito da parte della stampa di sinistra che gli costò la cattedra universitaria e si chiuse in un prudente silenzio. Nell’ ottobre del 1987, dopo molte ricerche, lo andai a trovare, assieme allo scrittore polacco in esilio Gustaw Herling (che ne scrisse poi nel suo Diario scritto di notte). Ci trovammo di fronte un anziano ancora molto spaventato che però ribadì le sue conclusioni di allora e concluse: “Prima o poi i sovietici dovranno riconoscerlo. Diranno che la colpa è di Stalin e chiederanno scusa ai polacchi”.  Cosa che è infatti avvenuta il 13 aprile del 1990, quando, a Mosca, durante l’incontro con il presidente polacco Jaruzelski, Gorbaciov, consegnadogli due pesanti contenitori di cartone nero contenenti i nomi dei polacchi  massacrati, ammise la responsabilità sovietica, dando la colpa a Berja, e disse: “E’ doloroso, ma indispensabile parlare oggi di quella tragedia. Il cammino del rinnovamento e della comprensione vera passo solo attraverso la verità”.

Per anni, il regime comunista polacco fu costretto a difendere i sovietici e a impedire ogni commemorazione di quella strage che era stata compiuta per annientare la futura classe dirigente polacca. Il “libro nero della censura polacca” classificava i fatti di Katyn come non menzionabili, neppure per condannare i nazisti.

Ma anche per l’Occidente la questione creò, almeno fino allo scoppio della guerra fredda, un notevole imbarazzo. Soltanto nella primavera del 1952 il Congresso degli Stati Uniti decise di iniziare delle indagini per chiarire le responsabilità nell’eccidio di Katyn. Durante la guerra la linea ufficiale del Regno Unito fu di fingere che tutta la questione fosse una truffa dei tedeschi. Ogni altro giudizio avrebbe provocato le reazioni negative del pubblico britannico, dato che si sarebbe potuto concludere che erano alleati con una potenza colpevole dello stesso genere  di atrocità dei tedeschi. Ancora nel 1989, il ministro degli esteri britannico sostenne che “la questione di Katyn non era ancora del tutto chiara”. Del resto, la legge britannica contro i crimini di guerra (1991) esclude ancora i crimini degli alleati.

Tra gli ufficiali polacchi uccisi c’erano anche molti stretti parenti di personaggi polacchi, tra i quali anche il padre del regista Andrzej Wajda, che, assieme alla madre, ignorò per molti anni la verità, sperando in un miracolo e poi dovette nascondere per decenni questo “macchia familiare” per non rischiare la propria carriera. Il suo film è una dolorosa resa dei conti con queste contraddizioni, e drammi, personali e collettivi, ma anche un ristabilimento oggettivo della verità dei fatti. Una ricostruzione impietosa di un massacro per troppi anni occultato e dell’ostinazione di un popolo che caparbiamente ha lottato per il ristabilimento della verità e per dare delle tombe a quei morti innocenti (particolarmente forti, nel film, sono le figure di coraggiose donne-Antigoni) e che è chiamato a rivivere quella tragedia, nell’ultimo quarto d’ora, attraverso le terribili immagini dell’ impietosa e meccanica ripetizione delle esecuzioni, come in una fredda sala di un macello. Un film molto bello e privo di retorica e di odio verso gli assassini (c’è, ad esempio, un ufficiale russo che intuisce l’accaduto, per averlo sperimentato sulla propria pelle, e che salva una donna e la sua bambina).

Molti dei responsabili e degli esecutori del massacro di Katyn erano ancora vivi e residenti in Russia quando fu ammessa la responsabilità di quel crimine (cfr. N. Bethell, The Cold Killers of Kalinin, “The Observer”, 6 ottobre 1991). Nessuno li riconoscerà mai come colpevoli.

Un ultima cosa va detta, per capire meglio quanto intricata sia stata tutta la vicenda: a Katyn ci fu un altro massacro. Come ha ricordato Claudio Magris (nell’articolo Kathyn, il villaggio morto due volte, “Corriere della sera”, 24 giugno 1990), nel 1943 i tedeschi distrussero l’omonimo villaggio bruciando vive in una legnaia 149 persone. C’è un monumento che lo ricorda. Il problema è, come fa notare lo storico britannico Norman Davies (in Storia d’Europa, Bruno Mondadori, Milano 2001, pp. 1164-1165), che non si tratta dello stesso  luogo: “Un monumento sovietico in ricordo delle barbarie nazista, fu eretto dai sovietici nelle vicinanze di un villaggio bielorusso di nome Katyn per fare una disinformazione calcolata nei confronti di milioni di visitatori”. Nella foresta di Katyn (che dovrebbe esser scritta, per correttezza, con un accento sulla “n”) il monumento alle vittime polacche, che dice anche che le ammazzarono i sovietici, è stato messo soltanto nel 1990. Prima c’erano solo dei fiori che qualche polacco, a suo rischio e pericolo, andava a depositare.

 

Francesco M. Cataluccio

(direttore editoriale della casa editrice Bollati Boringhieri, esperto di storia e cultura della Polonia e dell’Europa centrale)